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UBERIZZAZIONE

Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare? (Anna Arendt)

All’IHM di febbraio ultimo scorso, mentre ci interrogavamo sul futuro prossimo dei Distributori, si stava innescando lo sciopero dei Taxisti, a loro dire, messi in crisi, in modo sleale, dal fenomeno Uber (vedi nota 1). Questa vertenza mi offre lo spunto per continuare a riflettere sui temi affrontati al congresso.
a cura di Graziano Guazzi

Prima lettura

Partendo da una visione liberale della società, le argomentazioni a difesa della categoria dei taxisti, risulterebbero anacronistiche e poco difendibili. La ragione è che la maggioranza dei tassisti avrebbe messo al centro della discussione il loro “diritto feudale di caccia”: la licenza. I meno riflessivi (o, forse, i più cinici) hanno cercato di chiudere la discussione facendo rientrare la licenza nella categoria dei rischi imprenditoriali o degli investimenti borsistici poco accorti o sfortunati (vedi nota 2).

Tentativi di lettura più costruttivi (ad esempio, uberization di Antonio Belloni, Egea) si stanno invece interrogando sulle ragioni per cui Uber non sia stata creata proprio da una compagnia di taxi già esistente, problematizzando la fisiologica resistenza al cambiamento che caratterizza ogni organizzazione, la comprensibile difesa dello status quo e, quando ci sono, dei propri privilegi.

Che essere “innovativi” non sia facile (e talvolta impossibile) lo dimostrano tanti altri fenomeni (Amazon, Ebay, Social Network, etc.) che, grazie alla rete, hanno di punto in bianco cambiato le regole del gioco in numerosi settori (non solo strettamente economici), accorciando le filiere o inventando nuove aspettative, bisogni e mestieri. Per queste ragioni, la vicenda dei tassisti, così viva e presente nella vita di tutti, viene vista da molti come un interessante caso di studio per tutte le organizzazioni.

La formula di queste mutazioni è disintermediazione. Su Wikipedia si legge: la disintermediazione è il fenomeno di riduzione dei flussi intermediati. La parola indica ogni processo di rimozione della figura dell’intermediario, ossia colui che ha la funzione di intercedere tra due o più attori sociali per facilitare il raggiungimento di un accordo. I venditori dei market place come Amazon, ad esempio, creano piattaforme virtuali in cui mettono in contatto direttamente acquirente e venditori, eliminando completamente le figure degli intermediari. Per essere meno ingenui, queste realtà hanno assorbito i processi di intermediazioni, dando vita ad una nuova figura (la loro!): l’infomediario (vedi nota 3).

Gli effetti di questi cambiamenti, a indubbio favore degli utenti, sono la disponibilità di una vetrina mondiale, molto spesso maggiori informazioni e trasparenza, l’abbattimento dei prezzi e il miglioramento dei servizi – ad esempio la possibilità di rendere la merce acquistata.

Un esempio italiano è Cortilia, nata in Lombardia nel 2013 come mercato virtuale, che porta a casa dei clienti, che ordinano on-line, frutta e verdura prodotta dall’azienda agricola più vicina al luogo di consegna, a costi competitivi.

Molti economisti sono convinti che la disintermediazione, insieme alla   dematerializzazione saranno le forze che guideranno il business del futuro. Per dirla alla Nicholas Negroponte, il mondo analogico degli “atomi” verrà sempre più sopravanzato dal mondo digitale dei “bit”. Esito questo, a cui è difficile non credere. La ragione è che da sempre le “macchine” sono state invincibili motori del mondo. Ad esempio, a nulla servì la rivolta luddista che, all’inizio del XIX secolo, diete fuoco ai telai meccanici, introdotti dalla rivoluzione industriale (esempio, questo, di disintermediazione), considerandoli una minaccia ai lavoratori salariati, invece che un’utile risorsa a servizio dell’umanità.

Seconda lettura

In contrapposizione ad una lettura fiduciosa del “progresso tecnologico”, fondata sul credo nella “mano invisibile” di Adam Smith (metafora dei meccanismi fisiologici che regolerebbero l’economia di mercato in modo tale da garantire che il comportamento dei singoli consumatori e imprenditori conduca in ogni caso al benessere della società) c’è quella di chi sostiene che sarebbe un errore non considerare che una cultura può produrre ciò che la manderà in rovina, anche se questo esito non è né necessario né inevitabile.

Oggi, al centro di questa preoccupazione c’è il drammatico problema della disoccupazione. L’insostenibilità sempre più cronica del welfare. Il destino dei disoccupati di seconda generazione (figli di disoccupati) che non potranno godere, a differenza dei primi, delle protezioni del “welfare familiare”. La disputa sul reddito di cittadinanza. La paradigmatica sfiducia nelle letture neolibereste che affidano la soluzione di problemi ad una crescita tanto più mitizzata e preannunziata quanto più improbabile.

Stando a Domenico Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro all’università La Sapienza di Roma, sono inevitabili conseguenze del primato dell’economia sulla politica, del primato della finanza sull’economia, del primato delle agenzie di rating sulla finanza, “sicché la politica deve sottostare ai tempi del Nasdaq, primo esempio al mondo di mercato borsistico elettronico, all’implacabile indice Dow Jones o di agenzie diaboliche come Fitch e Moody’s o Standard & Poor’s” (Lavorare Gratis, Lavorare Tutti – Rizzoli). Lettura, questa, che considera la teoria del trikle-down, secondo la quale la ricchezza, addensata nelle mani dei ricchi, poi si ridistribuisce <> giù fino ai poveri, una cinica e sconfinata fantasia con la quale il liberismo si lava la coscienza.

Tornando al problema dei tassisti, fra qualche anno, le automobili non avranno più bisogno di un conducente umano. Il che offre un’ironica e drammatica chiave di lettura della vertenza in atto e dei nuovi modelli di business in generale. l’Uberizzazione, parole di Masi, affiderebbe “agli stessi disoccupati il compito di crearne” altri, offrendo loro “un lavoro interstiziale” a tempo. Movimenti, questi, che non fanno che ingigantire quello che lui chiama l’esercito industriale di riserva. (Marx porterebbe questo fenomeno come esempio emblematico e incontestabile di mercificazione del lavoro).

Per chi pensa, contrapponendo alle braccia l’intelletto, di essere immune alla disintermediazione – più in generale alla robotizzazione del lavoro, di conseguenza alla rottamazione per usare una parola chiara a tutti – riporto la seguente notizia (tratta dal il sole 24 Ore – on line, a cui rimando i più curiosi: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-01-04/sos-sanitario-via-telefono-londra-prova-l-intelligenza-artificiale-210455.shtml).

Il Servizio sanitario inglese (National Health Service, NHS) sta per avviare la sperimentazione di un APP medica dotata di intelligenza artificiale e pensata come alternativa alla linea telefonica 111 per le chiamate non di emergenza. A partire dalla fine di gennaio, per i prossimi sei mesi oltre 1,2 milioni di cittadini residenti nei quartieri centro-settentrionali di Londra – inclusi Camden, Islington, Enfield e Barnet – potranno utilizzare una applicazione che smista le chiamate per condizioni urgenti, ma comunque senza pericolo di vita. Invece che chiamare una persona e descrivere i propri disturbi al telefono, i cittadini dovranno digitare i loro sintomi e la APP deciderà sulla reale urgenza delle loro esigenze mediche. Gestita dalla start-up londinese Babylon, la APP replicherà ad ogni testo inserito con una serie di domande per ottenere ulteriori dettagli sul problema, consultando ad ogni istante un database con tutti i sintomi, le malattie e le diagnosi del mondo.

Quante più informazioni verranno fornite, tanto più Babylon passerà al setaccio milioni di possibilità, utilizzando un algoritmo per valutare il livello di urgenza di ogni situazione. La procedura via APP richiederà circa 12 passaggi domanda-e-risposta, per una durata media di un minuto e mezzo, rispetto ai 10-12 minuti necessari per gestire una normale chiamata al 111.

IHM 2017

All’IHM, considerando l’età media degli imprenditori presenti in sala, si è parlato di un futuro che, per quanto prossimo, appartiene ad altri: le nuove generazioni. Il che, da una parte complica gli scenari e aumenta il peso delle responsabilità dei padri, dall’altra offre l’opportunità di attingere ad energie fresche.

A prescindere dai modi diametralmente opposti di profetizzare il futuro, in ogni ambito, le esperienze dei padri non potranno che avere una modesta portata operativa e pragmatica. Tuttavia, quello che i padri-imprenditori possono fare è promuovere e sostenere percorsi di formazione e ricerca multidisciplinari. Ma per renderli concreti, lo devono fare considerandoli anche propri percorsi. Credendoci. Partecipando. Investendo.

All’IHM dell’anno scorso, gli studenti iscritti alla prima edizione del Master in trade management del consumo fuori casa, nella sessione “HORECA delle idee”, presentarono il progetto EASY HORECA. L’idea è quella di un market place virtuale per i prodotti non beverage che, gestito da Consorzi di distribuzione, funga da connettore digitale tra i produttori e punti di consumo, snellendo i processi logistici, a beneficio dell’intera filiera, nella quale la digitalizzazione ha un ruolo più importante d’impatto rispetto a quello attuale.

Era solo un esercizio scolastico, che tuttavia entrava, accendendo campanelli di allarme, nel vivo di temi trattati (anche all’IHM di quest’anno), e che, proprio per questo, aveva il merito di essere un possibile punto di partenza, una provocazione, per un percorso di ricerca dove al tavolo ci sono anche loro: i giovani.

(1) UBER

Uber è un’azienda con sede a San Francisco (USA) che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso un’applicazione software mobile (APP) che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. La società è presente in decine di città in tutto il mondo. Le auto possono essere prenotate con l’invio di un messaggio di testo o usando l’applicazione mobile, tramite la quale i clienti possono inoltre tenere traccia in tempo reale della posizione dell’auto prenotata.

(2) Licenza di caccia

Per dirla tutta, la situazione mi ricorda molto la vicenda del Monte dei Paschi (obbligazioni subordinate). In questo caso, chi l’ha fatta sporca non è una banca, ma lo Stato che ha continuato ad incassare “licenze di caccia” per un territorio che non esiste più, Per questa sua responsabilità dovrebbe intervenire, aiutando ad uscire gradualmente queste situazioni.

(3) Infomediario

L’infomediario è ogni attore sociale e economico che all’interno della Rete gestisce il flusso di informazioni (come ad esempio i dati dei consumatori, le abitudini d’acquisto, la disponibilità delle merci presso i fornitori) con l’obiettivo di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di prodotti e servizi. Da un lato l’infomediario consente ai clienti di ovviare al problema dell’overload informativo, offrendogli ricerche mirate sulla base dei loro interessi di acquisto; dall’altro, l’infomediario consente alle aziende di avere accesso ai dati e alle abitudini di consumo dei clienti stessi per scopi commerciali. L’infomediario è diventata una delle figure centrali dell’economia del Web, e del Web 2.0 in particolar modo, sempre più integrato nei sistemi interni di gestione aziendale e di produzione.